Quando un volontario smette, la spiegazione che circola è quasi sempre la stessa: «non aveva più tempo». È una spiegazione comoda perché è vera in superficie e non chiede a nessuno di cambiare niente.
Sotto, quasi sempre, c'è dell'altro. Chi entra in un'associazione ha già deciso di dare del tempo: se smette, in genere non è perché il tempo è finito, è perché quel tempo ha cominciato a costare più di quanto restituiva. E gran parte di quel costo è organizzativo.
Le quattro forme di attrito che si vedono nei turni
L'incertezza. Sapere il proprio turno con tre giorni di anticipo significa non poter organizzare il resto della vita. Chi ha famiglia o un lavoro a turni non può reggerlo a lungo, e non lo dirà: sparirà.
Il turno inutile. Presentarsi e scoprire che non c'era bisogno, o che si è in tre a fare il lavoro di uno, è più demotivante di un turno pesante. Il tempo donato che viene sprecato è l'offesa più efficace che un'organizzazione possa fare senza accorgersene.
Lo squilibrio visibile. Non è il carico in sé: è il carico rispetto agli altri. Chi copre tre notti al mese mentre altri ne coprono zero smette di sentirsi generoso e comincia a sentirsi sfruttato, e la seconda sensazione non si corregge con i ringraziamenti.
Il cambio comunicato tardi. Un turno spostato il giorno prima costa a chi lo riceve molto più di quanto costi a chi lo sposta. Ripetuto, comunica una cosa precisa: che il tempo di chi lavora vale meno del tempo di chi organizza.
Nessuna di queste quattro cose riguarda la motivazione. Tutte e quattro dipendono da come è fatto il piano.
Cosa si può cambiare davvero
Pubblicare presto e non toccare. Un piano a quattro settimane, pubblicato e stabile, vale più di qualunque iniziativa di riconoscimento. La stabilità è la forma di rispetto che un'organizzazione può dare senza spendere niente.
Dichiarare la copertura minima e fermarsi lì. Se per un servizio bastano due persone, chiamarne quattro «per sicurezza» non aumenta la sicurezza: consuma due turni di volontariato e li restituisce vuoti.
Rendere visibili i conteggi. Turni fatti, notti, festivi, per persona. Non serve a premiare: serve a rendere impossibile la sensazione, spesso fondata, che il carico sia distribuito a caso.
Chiedere prima di assegnare le fasce difficili. La differenza tra «ti ho messo domenica notte» e «riesci domenica notte?» è tutta la differenza tra un incarico e una richiesta, e in un'organizzazione senza stipendi è l'unica forma corretta.
Il momento in cui si può ancora intervenire
I volontari che stanno per smettere lo segnalano molto prima di dirlo, e lo segnalano in modo misurabile: la disponibilità dichiarata si restringe, le richieste di cambio aumentano, i turni accettati all'ultimo diventano rifiuti.
Sono gli stessi segnali che valgono per il personale dipendente, e li abbiamo raccolti in i segnali di logoramento nel piano turni. La differenza è che qui la finestra per intervenire è più stretta: un dipendente scontento resta perché ha un contratto, un volontario no.
Il conto che conviene fare
Formare un volontario nuovo costa più tempo di quanto se ne risparmi chiedendo un turno in più a uno esperto. È un conto banale e quasi nessuna organizzazione lo fa, perché il costo della formazione è visibile e quello dell'abbandono no.
Chi lo fa, di solito, smette di chiedere sempre alle stesse persone. Che è anche il modo più efficace per non doverle sostituire.
In Sked Solve i turni si pubblicano in anticipo, i conteggi per persona sono visibili e ognuno dichiara le proprie disponibilità: tre cose che riducono l'attrito senza chiedere niente a nessuno. Trovate come funziona su Sked Solve.
